Associazione Georges Brassens Marsico Nuovo

Parigi ricorda Brassens

L'anarchico con la chitarra che inventò la canzone d'autore​

La canzone d’autore contemporanea fa capo essenzialmente a due scuole. La prima, di sicuro più conosciuta, è quella nordamericana della trinità Bob Dylan-Leonard Cohen-Joni Mitchell. La seconda, più antica, sofisticata e politicizzata, è francofona e fa capo a un altro santissimo terzetto: Georges Brassens-Leo Ferré-Jacques Brel.
Per capirci: i volti di questi tre, avvolti dal fumo del tabacco e a pochi centimetri da un vasto assortimento di bevande alcoliche come furono immortalati nel celebre servizio fotografico della rivista «Rock et Folk», valgono quanto quelli dei quattro presidenti americani scolpiti a Mount Rushmore. Almeno per chi ama una certa musica. Nessuno si stupisca allora se il trentennale della morte e il novantennale della nascita di Brassens, l’artista più influente della triade francese, vengono salutati Oltralpe con tutti i crismi che di solito si tributano ai poeti laureati.

La mostra parigina
Diciamone due: a Sète, il paesino di nascita dello chansonnier in Linguadoca, le celebrazioni si concentreranno proprio nell’«Espace» a lui dedicato mentre a Parigi, città d’adozione, la «Cité de la Musique» fino al 21 agosto ospiterà la grande mostra «Brassens ou la liberté». Un’esposizione capace di declinare i molteplici aspetti della figura del cantautore tra concerti, presentazioni di libri e conferenze. Innumerevoli le memorabilia e gli scritti autografi che si offrono allo sguardo del visitatore più le illustrazioni originali firmate dal regista e disegnatore Joann Sfar.

Un romanzo di vita
Le ragioni di tutta questa (meritata) attenzione? Se allo straordinario canzoniere di Brassens – tale da spaziare dalla dissacrante «Le gorille» alla struggente «Les passantes» infilando temi capitali quali l’amore, la morte e l’anarchia – si mette a fianco la sua avventurosa biografia riesce facile comprenderle. Ancora di più se consideriamo che nelle sue vene scorreva un po’ di sangue italiano: la madre, arrivava da Marsico Nuovo, provincia di Potenza. Vedova della Prima guerra mondiale, si era risposata con il muratore Jean-Louis Brassens, e il 22 ottobre del 1921 era nato Georges. Dove credete, infatti, che il Nostro abbia appreso i rudimenti del mandolino e quel ritmo di tarantella che rende inconfondibili tante sue composizioni?

Al liceo le prime esperienze con la poesia, prima che il coinvolgimento in una serie di piccoli episodi di taccheggio lo porteranno in carcere (quindici giorni con la condizionale), quindi a emigrare a Parigi. È il ’40 e nella Ville Lumière si consuma l’apprendistato lavorativo (da operaio alla Renault), musicale (chitarra e pianoforte) e politico (scrive per la rivista anarchica «Le Monde Libertaire») del giovane Georges. Quello di compositore si consumerà qualche anno più tardi, nel ’43, quando in un campo di lavoro obbligatorio in Germania si ritroverà a svegliarsi all’alba per scrivere canzoni.

Un successo da operaio della canzone
All’inizio degli anni Cinquanta Brassens è tornato nella Capitale, si esibisce in giro (e gratis) per i circoli anarchici fino a imbattersi in Patchou, cantante e proprietaria di un cabaret che gli profetizza: «Tra un anno sarai più famoso di me». È il ’52, lo chansonnier ha 31 anni e per lui, artisticamente parlando, è l’inizio di tutto. Giusto un anno più tardi sarà di casa all’«Olympia», intrigherà gli intellettuali esistenzialisti della Rive Gauche e i popolani delle periferie. Perché, in fondo, resterà sempre un operaio della canzone.

Tra Svampa e De André Brassens «all’italiana»
La sua fama fa presto a diffondersi anche al di qua delle Alpi: Nanni Svampa, ideologo del Cabaret dei Gufi, va a Parigi a conoscere il Maestro e traduce in dialetto milanese le sue canzoni. «La Prière» ci metterà insomma poco a diventare «Madòna varda giò». Chi non troverà mai il coraggio di incontrarlo è Fabrizio De André, sicuramente il più ispirato e talentuoso tra gli allievi (valga a esempio insuperabile la sua versione di «Morire per delle idee»), uno la cui poetica più matura raggiungerà esiti persino più alti del Maestro. Che dire del rapporto che legava il grande Faber allo chansonnier? Cioran scrisse: «Se c’è qualcuno che deve tutto a Bach, è proprio Dio». Mettete Brassens al posto di Bach, De André al posto di Dio e il gioco è fatto. Ovvio: sempre di musica stiamo parlando. Parole e musica, per la precisione.
Francesco Prisco – Il Sole 24 Ore
«Brassens ou la liberté»
Parigi, Cité de la Musique, 15 marzo – 21 agosto

Lascia un commento

Chiudi il menu