Associazione Georges Brassens Marsico Nuovo

Georges Brassens, poeta del popolo

Tra ispirazione e talento

Se oggi dovessimo chiedere attraverso un sondaggio qual è per gli italiani il cantautore più amato e stimato dello scenario musicale italiano dell’ultimo secolo, tra i numerosi grandi artisti che verrebbero nominati ci sarebbe senza alcun dubbio Fabrizio De André.
Autore ricordato con affetto ben oltre il confine della sua amata Liguria, e ascoltato anche dalle generazioni più recenti, Fabrizio de Andrè (Genova 1940-Milano 1999) fu un paroliere profondo, capace di raccontare temi malinconici, contraddizioni, ipocrisie e ferite della società contemporanea e della mentalità popolare con leggerezza e ironia.
Ha lasciato una traccia, nella storia della canzone d’autore italiana, che stenta a scolorire: ancora oggi vengono riproposti i suoi brani più famosi e raccontata la sua vita in spettacoli teatrali, a dimostrazione di un affetto sincero verso un artista che non ha risparmiato neanche i più umili nel denunciare una società in decadenza, e che come pochi ha saputo leggere, esplorare e cantare vizi e bellezze delle persone con la sua inseparabile chitarra.

Tuttavia, un aspetto biografico dei grandi artisti che non sempre è noto anche a chi li ascolta da molto tempo è il repertorio su cui essi si sono formati da giovani, probabilmente per via dell’inclinazione a vederne originalità e maestria come un segno di genialità innata, e non come l’aver imparati e fatti propri stili e tecniche di quelli che a loro volta erano i loro idoli, i loro modelli di ispirazione.
Sarebbe interessante quindi soffermarsi su uno in particolare degli artisti ai quali il giovane Fabrizio guardava con la stessa ammirazione che ancora oggi egli riesce a suscitare in un pubblico vasto ed eterogeneo: chi si intende un po’ di musica francese d’autore, soprattutto quella che circolava negli anni della sua adolescenza, saprà infatti che alcuni suoi indimenticabili pezzi – come Il gorilla, Le passanti, Morire per delle idee ed altre – sono in realtà riscritture di brani di un cantautore francese considerato una delle pietre miliari del panorama musicale nazionale: Georges Brassens (Sète 1921 – Saint-Gély-du-Fresc 1981), il quale senza dubbio affascinò, influenzò e indirizzò verso la carriera musicale il giovane Fabrizio.

Georges Brassens
Georges Brassens

Chi era Georges Brassens?
Nato a Sète, piccolo villaggio portuale nel sud della Francia, da padre muratore anti-clericale e madre casalinga, il giovane Georges viveva in un ambiente umile ma sereno, nel quale la musica non mancava mai: abituato sin da piccolo ad intonare canzoni insieme alla sorella Simone e alla madre, figlia di immigrati napoletani, cominciò presto a scrivere testi imparando da sé ad accompagnarsi con un mandolino.
Fu un adolescente socievole e naturalmente avverso alle ingiustizie, ma particolarmente insofferente all’ambiente scolastico. Tuttavia, l’incontro che ebbe al liceo con il professore di lettere Alphonse Bonnafé fu provvidenziale: insegnante giovane e moderno di idee, lo esortò a coltivare la sua vocazione di poeta consigliandogli lo studio di scrittori classici della letteratura francese quali Victor Hugo, Guillaume Apollinaire e Charles Baudelaire, che Brassens lesse per conto suo sia a Sète che successivamente, durante la guerra, nelle lunghe ore di inattività delle giornate dei lavoratori francesi di leva obbligatoria presso le industrie tedesche, dove egli restò sino al ’44.
Nel frattempo Georges, senza aver terminato gli studi, si è stabilito a Parigi, dove comporrà decine e decine di brani tentando di farsi conoscere senza ricevere riscontri positivi per svariati anni: che si presentasse come poeta, o accompagnandosi con chitarra o pianoforte, molti editori e discografici sottovalutavano il potenziale artistico dei suoi versi e delle sue melodie, considerandoli troppo deprimenti.
La svolta avvenne nel 1952, quando conobbe la cantante Patachou, che lo invitò ad esibirsi in uno dei suoi cabaret, dove finalmente fu ascoltato ed acclamato da un pubblico entusiasta. Da lì, comincerà la sua carriera ricca di meritati successi e riconoscimenti per la sua dote di interprete brillante, e il suo talento nel valorizzare la lingua francese gli fece attribuire numerosi premi non solo musicali ma anche letterari.
Georges Brassens fu un vero e proprio cantastorie, un ritrattista acuto delle imperfezioni della società in cui viveva, che egli metteva in musica con parole taglienti ma sincere, con lo stesso atteggiamento che ritroviamo ad esempio in alcuni romanzieri neorealisti italiani: anche lui descriveva verosimilmente la vita del popolo del dopoguerra, non secondo una riduttiva contrapposizione di persone “buone” ed altre “cattive”, ma mettendo in luce tanto i valori quanto le grettezze degli umili, e sdrammatizzando le figure dei potenti rendendoli protagonisti di scene grottesche nelle quali, spogliati della loro maschera di autorità indiscussa, vengono ridimensionati ad esseri umani come tutti, con le loro debolezze ed ipocrisie.

Una canzone che ben esemplifica questo atteggiamento è senz’altro Le gorille, uno dei brani più famosi di Brassens, pubblicato nel 1953, che come altre canzoni del suo repertorio fu in parte accolta con freddezza per via della sua tematica, considerata indecente ed offensiva proprio da quella fetta di borghesia di cui l’anarchico George voleva canzonare il perbenismo.
In questo brano si racconta la comica vicenda di un gorilla che, evaso dalla gabbia che lo rinchiude, si mette alla ricerca della sfortunata (o dello sfortunato) che dovrà liberarlo del fardello della verginità, tra sconcerto e terrore dei passanti.
“Quello che avvenne tra l’erba alta, non posso dirlo per intero, ma lo spettacolo fu avvincente, e la suspense ci fu davvero” canta Fabrizio De Andrè nella sua reinterpretazione del 1968.
Per evitare di rovinare il gusto della scoperta a chi non ha mai ascoltato questo brano, ci limitiamo a dire qualcosa sul suo carattere narrativo: come un vero romanziere, Brassens non solo ci riporta una storia divertente ed originale, ma lo fa dosando abilmente i dettagli della scena in ciascuna strofa, in modo da accrescere l’attesa dell’ascoltatore, impaziente di conoscere lo sviluppo della vicenda.
Il deliberato contrasto tra l’eleganza di alcuni termini e la giocosità della tematica accentua la comicità dell’episodio, che vede un personaggio appartenente alla superba borghesia prendersi una lezione da una scimmia; pur essendo carico di sapiente allusività – con qualche punta di sarcasmo ma privo di volgarità indigeste – il racconto ha uno straordinario potenziale raffigurativo che dipinge davanti ai nostri occhi ogni momento della storia.
Fabrizio De Andrè, per ricreare lo stesso equilibrio tra musica e parole, senza sacrificare il ritmo incalzante delle rime, non si è ovviamente limitato ad una traduzione letterale del testo, ma ha optato per una interpretazione più studiata che non altera il contenuto della storia e ce ne offre una dignitosissima ed altrettanto esilarante versione italiana.
Il repertorio di Brassens comprende anche molti brani dal tono più malinconico, come Les passantes, dolce ed originale dichiarazione d’amore al genere femminile, anch’essa reinterpretata da Fabrizio de Andrè, o le sue forse più celebri canzoni Les amoureux des bancs publics e Mauvaise Reputation, esemplari della sua tendenza a ricamare su melodie a volte allegre, a volte nostalgiche, testi spiritosi che suscitano il sorriso e mai la risata sguaiata, ed invitano a riflettere su argomenti sempre attuali, proprio come accade nei grandi classici della letteratura: chi lo avrebbe mai detto che George Brassens, il Brassens dalla cattiva reputazione, a lungo incompreso e demotivato dai professori, arrivasse a lasciare un’impronta del suo talento persino sui libri di testo oggi adottati nelle scuole francesi, dove è presentato come esempio di poeta degli umili e innovatore del panorama musicale, non solo locale, ma anche oltre i confini dell’esagono?

Non è solo per la bellezza dei suoi brani che George Brassens dovrebbe essere ascoltato da chiunque voglia cimentarsi nella carriera di cantante, non sono solo la profondità e la pregnanza dei suoi testi a renderlo un modello da seguire, ma è egli stesso ad incarnare e giustificare con il suo percorso la speranza di tutti coloro che sognano di vivere un giorno della propria musica. La sua storia insegna che non ci si deve mai dare per vinti, se si pensa di avere qualcosa da raccontare e di saperlo fare in un modo unico. Bisogna essere i primi sostenitori di se stessi anche quando il resto del mondo rema contro, ed essere disposti ad incassare sconfitte e rifiuti con umiltà e senso del sacrificio. Proprio come fece George Brassens, che solo all’alba dei trent’anni riuscì a raccontare al pubblico la sua storia, con quel sorriso timido nascosto dietro i baffi folti, e l’atteggiamento tipico di quei poeti che hanno la sensazione di avere qualcosa di speciale da dire, ma se ne convincono e si sentono pienamente realizzati solo quando questo qualcosa può cambiare in meglio la serata di una sola persona, o far commuovere una ragazza, stuzzicare la coscienza di qualche conformista, o convincere un giovane genovese a prendere in mano una chitarra per cantarci a sua volta la sua storia e dare voce proprio a coloro che pensano di non aver nulla che valga la pena di esser raccontato.

Beatrice Manfredi

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