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Georges Brassens, Misogino Femminista

Jeanne, Margot, Fernande, Marguerite, Marine, Melanie, Marinette, Pénélope, Eve, Jeanette, Charlotte, Sarah. Basta scorrere anche soltanto i titoli delle quasi duecento canzoni incise nella sua carriera da Georges Brassens per capire quale sia uno dei temi portanti della sua opera.

Donne adorate o detestate. Donne corteggiate, tradite, benedette, respinte o inseguite. Donne sposate, fidanzate, sole; foriere di ispirazione o di depressione, di sogni o di incubi. Donne incrociate per caso su un treno, a una finestra, sotto la pioggia, nella folla, donne di cui si incrocia lo sguardo per un istante.

Il rapporto di Georges Brassens con le donne è di una complessità rara, non di rado contraddittoria, almeno ascoltando le sue canzoni, capaci di passare dai toni canzonatori di Putain de toi o di Une jolie fleur a quelli libertari e femministi de La non-demande de marriage, Embrasse-les tous o Quatre-vingt-quinze fois sur cent.

Una visione tanto complessa da poter essere scambiata per machista, ma dietro cui si cela un personaggio talmente moderno nella sua visione della società e dei rapporti tra sessi, da essere persino più avanti di noi, donne e uomini del 2000.

«Quando ho iniziato a occuparmi di Brassens, per le mostre che ho curato e per i libri che ho scritto su di lui, pensavo di avere a che fare con un vecchietto. Ma poi mi sono trovata davanti un uomo incredibile, mi ha affascinato talmente tanto che ora sembra uno di famiglia».

A parlare, al tavolino di un bar di rue Lamarck, proprio alle pendici della Butte di Montmartre, è Clémentine Deroudille. Clémentine è una delle più grande esperte di Georges Brassens:per formazione storica dell’arte, ma anche regista e giornalista, gli ha dedicato Brassens: Le libertaire de la chanson e, insieme al disegnatore Joann Sfarr, Brassens, ou la liberté, oltre ad aver curato le principali mostre per il trentesimo anniversario della sua morte. «Più mi inoltravo in questo suo lato affascinante, più mi rendevo conto quanto fosse importante che fossi io, non tanto in quanto giornalista e studiosa, ma in quanto donna, a lavorarci». 

Cosa ti ha colpito di questo personaggio?

Mi ha colpita quella sorta di virilità dolce che lo caratterizza, ovvero la compresenza in lui di un lato maschile molto forte e di un lato pazzescamente moderno, che ho trovato soprattutto in quel suo sguardo aperto verso gli altri e nel suo modo di approcciare alla vita.

Come descriveresti questo approccio?

Aveva un’anima libertaria. Un’anima che lo rendeva libero, totalmente, in tutto ciò che faceva. Questo ai miei occhi lo rende infinitamente più moderno degli uomini di oggi. In molti lo consideravano antiquato ma è vero il contrario, soprattutto nel rapporto con le donne, contemporaneamente classico e precorritore. È una contraddittoria complessità che la nostra società, oggi, non riesce nemmeno a capire.

Da dove ha origine questa sua contraddittorietà?

La sua famiglia viene da Sêtes, nel sud della Francia, e covava al suo interno un amore enorme. Anche suo padre era un libertario, anche se non lo ha mai detto ufficialmente, e lo era soprattutto nel suo modo di vivere la famiglia.

In che senso?

La madre di Brassens era vedova quando lei e suo padre si sposarono. Erano i primi anni del Novecento e già questo dettaglio faceva sì che, all’interno di questa strana famiglia, ci fosse una modernità di rapporti straordinaria. Ma non erano alieni, o gente eccentrica. Appartenevano alla classe media e avevano un inquadramento molto tradizionale su molti altri aspetti della vita. La madre, per esempio, era figlia di emigrati italiani, teneva alla famiglia ed era credente, tanto che non è mai andata a sentire il figlio, si dice, per le parolacce che metteva nelle canzoni.

Che rapporto aveva con le donne da ragazzo?

Da giovane era già molto carismatico, era il leader del suo gruppo. Non bisogna mai dimenticare che era un bell’uomo, alto, grosso, muscoloso, che andava molto fiero del suo corpo e amava andarsene in giro a torso nudo. Anche in questo caso era un po’ contraddittorio: ci provava con tutte le ragazze in spiaggia, ma nello stesso tempo non era per niente uno spaccone. Superava la timidezza scrivendo loro delle poesie.

Quando Georges è diventato Brassens?

Il punto di svolta è stato il suo arrivo a Parigi, durante la guerra, quando incontrò una delle donne più importanti della sua vita, Jeanne, dalla quale andò a vivere. La relazione con Jeanne è incredibile se pensiamo che erano gli anni Quaranta, probabilmente sarebbe incomprensibile anche alla maggior parte delle coppie borghesi del 2016. Lei viveva con il suo compagno e quando lui arrivò in città scappando dai lavori obbligatori in Germania, lei lo ospitò nella sua casa di Impasse Floriment. Da un giorno all’altro lui andò a vivere con loro, in una specie di convivenza a tre.

Come definiresti il suo rapporto con Jeanne?

Il loro legame è stato fortissimo ed è durato fino alla morte di lei. Il loro rapporto sentimentale, invece, si è interrotto quando Georges ha conosciuto Joha Heiman, ovvero Puppchen, la donna della sua vita, cui ha dedicato molte delle sue canzoni, e che ha amato fino alla morte.

Come si sono conosciuti?

È una storia molto tenera. Accadde subito dopo la guerra: lui la vedeva sempre in metropolitana, fino a quando un giorno decise di seguirla per strada e, una volta raggiunta, le fece la sua dichiarazione d’amore. Ma il suo rapporto con Puppchen non si è mai cristallizzato, non si sono mai sposati. Lui è restato a vivere da Jeanne, mentre con Puppchen hanno continuato a fare la vita che fanno gli amanti. Per tutta la vita.

Ovvero?

Si davano appuntamenti un paio di giorni durante la settimana, mai fissi. O avevano preso insieme una casa in campagna dove passare i weekend con amici in comune. Brassens non voleva vivere la vita di una coppia sposata. Ai suoi occhi era un comfort totalmente borghese, una struttura che distruggeva la libertà di entrambi e, soprattutto, la felicità. Non voleva usurare il loro rapporto con la quotidianità, Brassens non voleva imporre la sua quotidianità a nessuno, e non voleva che nessuno imponesse la sua quotidianità a lui. Ma non lo fece per una rivendicazione politica. Anche per questo era un uomo formidabile. Non faceva grandi discorsi, non si riempiva la bocca di paroloni, quelli li lasciava alle canzoni. Si limitava a mettere in pratica quel che pensava. Dava l’esempio senza dare lezioni.

«Brassens è una persona contraddittoria proprio perché è un essere umano alla massima potenza. Perché è libero, perché ha sempre cercato di esserlo».

Qual è il fattore più affascinante di questa struttura di relazioni?

La libertà. E anche il suo essere slegato dalla superficialità, dall’aspetto esteriore. Puppchen aveva dieci anni più di lui e non era bella. E per i criteri della nostra società completamente idiota e maschilista, Jeanne si potrebbe definire un rottame: le mancava un dente su due, era povera, sporca, non aveva nulla se non il tetto sotto cui lo ospitava e aveva 30 anni più di lui. Ma il loro rapporto è stato di un’intensità che non possiamo nemmeno immaginare.

Cosa rendeva Jeanne una donna speciale per Georges?

Ogni volta che aveva bisogno, Jeanne c’era. Anche se erano in tre in casa e doveva stringere la cinghia. Gli dava da mangiare e da dormire, ma soprattutto aveva un modo di vivere completamente libero da sovrastrutture, e Brassens adorava questo modo di vivere. Attorniato da cani, gatti, una specie di zoo. Si sono lasciati quando lei si è risposata, nel 1966 circa, perché lui non sopportava il suo nuovo marito. Poi lei è morta nel 1969 e da quel momento la vita di Brassens si è fatta di colpo molto meno divertente, è diventato più malinconico.

Che persona era fuori dall’Impasse Floriment?

Tutti raccontano che aveva un carisma incredibile. In qualsiasi posto arrivasse sembrava emanasse calore, con quel suo fisico grande e grosso e quella faccia da bell’uomo, tutti lo stavano ad ascoltare. Prima di studiarlo non immaginavo questo suo potere carismatico e seduttore.

A proposito della parola “seduttore”, qualcuno lo giudica un maschilista per alcune canzoni che ha scritto. Cosa ne pensi?

Certo, ha scritto anche canzoni misogine, ma sono canzoni da sala d’attesa, goliardiche. Scrivendo quei testi voleva prendersi gioco della censura e far ridere i suoi amici. E poi bisogna sempre contestualizzare.

Giusto, contestualizziamo, che epoca era?

Diversa dalla nostra. Al momento sto occupandomi anche di Barbara, la cantante, per un libro e per un’esposizione. Ecco, la maniera in cui la trattavano i giornali all’epoca è qualche cosa che definirei semplicemente disgustoso. Oggi sarebbe impossibile anche solo immaginare di trattare una donna così sui giornali, per fortuna. Non amo molto il termine, ma lo statuto della donna negli anni Cinquanta era completamente diverso da quello che è oggi, era una specie di medioevo per molti aspetti della nostra vita. E Brassens viveva in quell’epoca. Se contestualizziamo, non solo non possiamo accusarlo di misoginia, ma al contrario lo dobbiamo considerare uno dei più grandi femministi di quei tempi.

Come si fa a far capire alla gente che possono convinvere nello stesso personsaggio canzoni come Je suis un voyou e Embrasse-les tous?

Brassens è una persona contraddittoria proprio perché è un essere umano alla massima potenza. Perché è libero, perché ha sempre cercato di esserlo, senza paura e senza ipocrisia.

«Guarda il suo rapporto con la religione. Se ne faceva beffe (…) ma quando veniva a un suo concerto qualche prete a cui piaceva la sua musica, si premurava di addolcire la scaletta».

Libero da cosa?

Soprattutto dagli schemi imposti dalla società conservatrice dell’epoca. È per questo che si può permettere di scrivere canzoni come Je suis un voyou e, nello stesso tempo, una delle più grandi canzoni femministe come Embrasse les tous, che inneggia proprio alla libertà sessuale femminile in una maniera che sfido qualsiasi uomo di oggi a riuscire a fare. Una canzone che rigetta qualsiasi senso di possesso e in cui invita le donne a vivere la propria sessualità in maniera indipendente.

Per qualcuno, oggi, essere contraddittori equivale a essere ipocriti. C’è una coerenza anche nella contraddittorietà?

Chiunque sia pronto a essere se stesso completamente, in qualche modo, è contraddittorio. Tutti i libertari lo sono. Ma non c’entra nulla con l’ipocrisia. Guarda per esempio il suo rapporto con la religione. Se ne faceva beffe, ma nello stesso tempo ne era attratto. Conosceva molto bene la bibbia…

Come quasi tutti gli anarchici…

Sì, è vero, come quasi tutti gli anarchici. Però lui era anche molto rispettoso. Per esempio, quando veniva a un suo concerto qualche prete a cui piaceva la sua musica, lui si premurava di addolcire la scaletta, magari togliendo o facendo alla fine una o due canzoni che potevano ferirlo. Era estremamente rispettoso verso le persone, quello che attaccava era l’istituzione clericale, i bigotti, le rigidità, ancora una volta le strutture borghesi. Pensa, teneva tantissime croci in casa.

Il personaggio più simile che mi viene in mente sentendoti raccontare la sua vita e il suo modo di comportarsi è Gesù Cristo. Come è possibile che un anarchico anticlericale ci ricordi Gesù Cristo?

(ride) Lo capisco, in effetti Brassens ha molti tratti che ricordano Cristo: quella la sua costante preoccupazione per gli altri, quella solidarietà umana che lo spingeva a essere sempre disposto ad aiutare gli amici, regalando cose, soldi, ospitalità. Il suo non essere legato alla proprietà.

Che rapporto aveva con i suoi amici?

Per tutta la vita, anche per il fatto di essere il più ricco grazie al successo che ha avuto, Brassens si è sempre preoccupato che stessero bene e che avessero tutto quel di cui avevano bisogno. Quasi sempre facendo ben attenzione al fatto che non lo scoprissero. Era un uomo estremamente gentile, questo era il suo atto politico. Lo scriveva anche nei suoi quaderni: «se facendo così passo ad altri la voglia di fare lo stesso, a me basta». Più Gesù Cristo di così… e poi, veramente, tutti quelli che lo hanno conosciuto mi hanno raccontano di questa sua aura. Aveva un tale carisma che quando arrivava in un luogo tutti si mettevano intorno a lui.

E che rapporto aveva invece con il pubblico, con la folla?

Potremmo dire che amava le persone, ma detestava la gente. All’Impasse Floriment passava il tempo insieme ai suoi amici. C’era Jeanne, Marcen René Fallait che veniva tutti i pomeriggi, Agathe che lo raggiungeva, e tutti i compagni di quella banda, una vera e propria tribù. E lui ne era al centro. Non se l’era preso quel ruolo, era il naturale baricentro di quella piccola comunità. Non ha mai avuto, né mai cercato nessun tipo di vita sociale, esattamente come non aveva nessun senso di appartenenza a nessuna fede, gruppo o partito. E infatti non ha partecipato alla Resistenza. Poi non ha mai votato, non ha mai preso parte a nessuna causa, tranne che al movimento libertario. È l’unica cosa che forse gli potrei contestare, forse, ma in fondo lui era così, era se stesso.

In questa piccola repubblica di cui parli c’erano anche donne?

Poche. C’era Jeanne, la padrona di casa e Agathe, la compagna di René Fallet. Chi non c’era era Puppchen. Era un gruppo maschile, composto da gente trasversale, da artisti a meccanici. Si trovavano da Jeanne a bere rosso e mangiare salsiccia. Ma non erano Brassens o gli altri che tenevano fuori le donne. La società intorno avrebbe giudicato malissimo donne sole che frequentavano un clima così libero e anarchico. Non c’era ancora stato il ’68.

Hai detto che non amava stare in società, ma come leggere allora dei testi come Le bistrot?

Brassens non era un frequentatore abituale dei bistrot parigini, se non quando era molto giovane ed era appena arrivato in città, forse. Una volta famoso non ci poteva proprio più andare, lo riconoscevano tutti. Se fosse nato oggi sicuramente avrebbe tutte le nuove tecnologie per comunicare con l’esterno, ma vivrebbe nello stesso modo, nel suo mondo di affetti. Quel gruppo ha costruito un ambiente senza tempo. Forse è anche per questo che le sue canzoni sono slegate da ogni tempo e sono contemporanee anche oggi.

E il Sessantotto? In fondo sembra essergli passato accanto senza scalfirlo…

Sì, è vero, il maggio del 1968 non lo ha riguardato, quella banda era già molto più avanti. E a Brassens tutte quelle sovrastrutture ideologiche non interessavano. La sua grande passione, non bisogna dimenticarlo, era scrivere, comporre canzoni.

Lavorava molto?

Era più un monaco che una rockstar. Si alzava all’alba e componeva di prima mattina, dalle 5 alle 8. Componeva da solo, poi scriveva, rispondeva a interviste, a lettere e via dicendo. Poi arrivavano gli amici, e poi Agathe. Andava a letto molto presto. Ha lavorato tutta la vita, cesellando ogni canzone, lavorandoci costantemente. A livello metrico e musicale la sua musica è curatissima, niente è casuale. Quando lo vedi suonare sembra così facile e naturale, ma in realtà non lo è affatto.

Come era recepito dal pubblico dell’epoca?

Aveva un grandissimo successo, anche se non da subito. Era considerato uno dei più sovversivi per quello che cantava, una specie di punk. Col tempo abbiamo un po’ smussato questo suo aspetto, ma ai tempi molte famiglie lo vietavano ai propri figli. È stato il primo a parlare in maniera aperta e spinta di sesso nelle canzoni. È stato il primo a scrivere una canzone sul sesso femminile. È stato uno dei cantanti più censurati in Francia.

Era censurato?

Fino al 1968, dopodiché il Comitato per la censura è stato abolito. Ma prima, quasi una sua canzone su due non poteva passare alla radio. Se volevi ascoltarlo dovevi andare ai suoi concerti e comprarti i dischi, salvo poi doverli nasconderli a casa se vivevi con i tuoi genitori.

Quindi era considerato alla stregua della pornografia?

Ma certo! Ci sono stati anche casi in cui dei preti hanno chiesto di vietarne l’ascolto in Bretagna, per esempio. È allucinante pensarci ora. Anche organizzare la prima mostra che ho curato non è stato facile perché la gente pensava a lui come un cantante un po’ démodé, che ascoltavano i vecchi e che non aveva più niente da dire. E invece è esattamente il contrario.

«È stato il primo a parlare in maniera aperta e spinta di sesso nelle canzoni. È stato il primo a scrivere una canzone sul sesso femminile. È stato uno dei cantanti più censurati in Francia».

La censura l’ha cambiato?

No, per niente. Non ha mai annacquato per nulla il suo bicchiere di vino, per usare una metafora. Avrebbe potuto evitare dei temi, delle parole, delle immagini, e invece no. Il suo successo è dovuto anche a questo. Ora ai francesi sembrerà strano perché le sue canzoni di studiano a scuola.

Si studia a scuola, veramente?

Eh sì, ormai è nel pantheon. È consacrato. È come se lo avessero messo su un piedistallo, come una statua di marmo, ma prima l’hanno accuratamente ripulito dei dettagli sovversivi.

Come una statua dalle cui spalle tolgono la merda di piccione?

(ride) Già. Gli hanno tolto dalle spalle la merda di piccione, ma lui quella merda la adorava. E toglierla equivale a disinnescare tutta la sua potenza e la sua contemporaneità. Senza quella parte sporca, cruda, e alla fine vera, Brassens potrebbe sul serio venir scambiato per un nonnetto con la pipa che non fa male a nessuno, un nonnino tranquillizzante.

Perché è importante, oggi, ascoltarlo?

Perché siamo in un periodo cupo, perché abbiamo paura, perché dobbiamo essere vigili. Dobbiamo avere coraggio e parlare delle cose. E Brassens parlava delle cose. Il fatto che non fosse engagé,non vuol dire che non avesse qualcosa da dire e che non lo dicesse. Siamo in un periodo fragile, precario e dobbiamo impegnarci: non parlo di movimenti o partiti politici, parlo della vita, di impegno per come lo intendeva lui. Il suo manifesto sono le sue canzoni. Ascoltarle è ascoltare lezioni di vita, di morale, di storia. E anche se ci sono un paio di canzoni di guerra che possono far venire la pelle d’oca a qualcuno per quella sorta di perdono precoce verso i tedeschi, bisogna sforzarsi di capire il suo lato umanista. Lui non divide il mondo in nazioni e la società in generi. È un messaggio che anche adesso, probabilmente, è troppo moderno per molti di noi. Dobbiamo raggiungerlo.

Ci potrà essere un nuovo Brassens?

Ma certo. Brassens è cresciuto durante tempi molto difficili — la guerra, l’occupazione, la povertà — molto più difficili di quelli che viviamo adesso. Eppure c’è stato. E io voglio credere che possa rinascere ancora.

Forse i tempi non sono ancora maturi?

No, secondo me c’è già da qualche parte, magari non è ancora venuto fuori. Alla fine Brassens è stato per anni rinchiuso nella casa di Jeanne e nessuno lo conosceva. Io sono sicura che è qui, che magari non lo abbiamo scoperto. Ne abbiamo parlato come di un messia, è vero, ma in fondo sembra più cristiano lui di tutti i vescovi di Roma. Siamo in un’epoca complicata, per resistere dobbiamo piantare le nostre radici in una terra ricca. E Brassens, per me, è quella terra.

Andrea Coccia | 27 ottobre 2016

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